Tuesday, January 30, 2007

PERSONAGGI: Elias Canetti



Elias Canetti nasce il 25 luglio 1905 a Ruscuk, in Bulgaria, da una famiglia sefardita che parla lo spagnolo del XV secolo. Dopo la morte del padre, insieme ai due fratelli, segue la madre in diverse città d'Europa: Zurigo, Francoforte, Vienna. Nel 1938, dopo l'Anschluss, emigra a Londra rimanendovi fino al 1971 quando decide di tornare a vivere a Zurigo, il "paradiso perduto" della sua adolescenza, in cui morirà il 14 agosto 1994. Durante la giovinezza, le relazioni e i viaggi contribuiscono a formare il suo pensiero, ad affinare il suo spirito, ad aprirlo al mondo, come pure a fargli prendere coscienza del ruolo del sapere in quanto motore della libertà. Nel 1931, due anni prima dell'avvento al potere di Adolf Hitler, fa il suo ingresso nella scena letteraria con lo sbalorditivo "Autodafè", il suo primo e unico romanzo, percorso da venature malinconiche e capace di esplorare a fondo gli abissi della solitudine, tema centrale del libro. Il protagonista è un intellettuale che viene metaforicamente divorato dal rogo dei suoi centomila volumi, inevitabile nemesi del mondo delle idee nei confronti del reale, punizione per l'uomo che sceglie di essere "tutto testa e niente corpo": l'intellettuale appunto. Ma il fuoco del romanzo è anche una chiara, preoccupata quanto visionaria anticipazione allegorica del totalitarismo, premonizione dell'autodistruzione della ragione occidentale. Sul piano espressivo, invece, non esiste migliore illustrazione di quella "lingua salvata" rappresentata dal tedesco, lingua che sua madre gli aveva insegnato per amore della Vienna imperiale, e che per loro rappresentava il centro della cultura europea e che Canetti cercherà di rivitalizzare alla luce dello "sfiguramento" della stessa che a suo dire è stato operato col tempo. Di notevole spessore è anche "Massa e potere" (1960), saggio sulla psicologia del controllo sociale, in questo assai affine, pur nei trentacinque anni di differenza, ad alcune tematiche di "Autodafé". Di rilievo è poi la straordinaria autobiografia, uno dei documenti più intensi del Novecento che, divisa in più volumi ("La lingua salvata", "Il frutto del fuoco" e "Il gioco degli occhi") e uscita fra il 1977 e il 1985 lo consacrano definitivamente come una delle voci più alte della letteratura di ogni tempo. I giurati di Stoccolma se ne accorgono e nel 1981 gli assegnano il più che meritato premio Nobel per la letteratura. Ricevendo il premio, nel discorso di ringraziamento, egli indica come suo "territorio" l'Europa di quattro scrittori di lingua tedesca vissuti nell'Austria di un tempo: Karl Kraus, Franz Kafka, Robert Musil e Hermann Broch, di cui riconosce l'ampio debito, così come nei confronti di tutta la tradizione viennese. Inoltre confesserà apertamente che la passione per la lettura, il gusto per le tragedie greche e i grandi autori della letteratura europea ebbero un'influenza determinante sulla sua opera.

Wednesday, January 17, 2007

OSPITI: Maddalena Bellagio


Lasciami pensare che possa essere amorePerché più è folle, dicono i libri, più è vero.Siamo cresciuti così, a rimpinzarci la testaDi convinzioni magari bislaccheMa funzionano ormai in noiE ci fanno emozionare decidere agire.Lasciami pensare che possa essere amorePerché più è folle, dicono i libri, più è vero.E allora bacio cerca bacioPelle cerca pelleMano cerca manoCuore cerca cuorePresente cerca futuroUn girotondo sempre più veloceUna giostra piena di lustrini e cavalli bianchiChe manda in orbita i mie sogni.Fa che non mi svegliSbattuta sulla terra nudaI capelli scarmigliatiIl viso devastato dallo stuporeDella realtà dell’albaAncora nella testa il ritornello:Lasciami pensare che possa essere amorePerché più è folle, dicono i libri, più è vero.

Tuesday, January 16, 2007

OSPITI: Morgause




*FRAÜLEIN**14/01/2007di morgause


So dove le rotaie
finiscono
e il treno continua
ad avanzare
nel silenzio.
So che sarà
una stazione
senza nome.
I miei capelli sono ariani,
hanno il colore
del grano maturo.
Il mio nome è pagano.
I miei occhi
più azzurri del cielo
di Baviera.
Ma lui vede la Stella di Davide
nel mio ombelico.
La porto
per il mio ultimo
spogliarello.

FRAÜLEIN !!

Qualcuno mi tocca,
per svegliarmi,
e la mia mano, vigliacca,
si alza a salutare
quell’uniforme
ruvida
che è un uomo.
Lui fora il biglietto,
con gesto deciso,
poi la sua faccia rotonda
mi sorride
nella luce del sole
come quella di un bambino
grasso.

FRAÜLEIN !!

Lo spettacolo
è solo rimandato:
conservate
i posti a sedere.


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Monday, January 15, 2007

Random (esperimenti di scrittura)



Polvere


La sera era fredda, a gennaio a Cuneo alle diciassette è notte fonda, l’uomo aspettava rabbrividendo dentro il suo giaccone, sotto i portici.
Cuneo è una città piccola per essere un capoluogo di provincia, ci abitano circa cinquantamila abitanti, la sua particolarità è quella di avere i portici per tutta la lunghezza dei corsi principali, ciò permette alla gente di passeggiare tranquillamente anche d’inverno e spostarsi agevolmente a piedi.
La neve ricopriva i tetti ed il cielo era plumbeo, promessa certa di nuove nevicate, l’uomo però non rabbrividiva per il freddo, no quello non avrebbe disturbato Carlo quello che lo faceva rabbrividire era il sopravvenire dell’astinenza.
Si era iniettato l’ultimo quartino di “roba” a metà giornata ed ora cominciava ad avvertire i brividi e la sudorazione caratteristica che precedevano la crisi, stava aspettando rassegnato l’arrivo del “cavallo” che gli avrebbe consegnato l’eroina.
Di solito Carlo si riforniva direttamente a Torino: all’inizio degli anni ottanta il mercato era in mano ai “catanesi”, erano loro ad aver introdotto nel capoluogo piemontese il brown sugar.
Quel giorno invece gli avevano telefonato dicendogli che sarebbero passati a Cuneo per degli affari e che se voleva gli avrebbero portato i suoi soliti cinque “pezzi”, Carlo aveva accettato contento all’idea di non doversi sbattere sulle strade coperte di neve.
I brividi aumentavano ma Carlo non gli dava peso, sapeva che i suoi fornitori non lo avrebbero tradito, anzi il leggero malessere gli era quasi gradito: d’altra parte la cosa bella della dipendenza è la dipendenza stessa e l’attimo in cui la si soddisfa così pensava lui.
L’uomo era arrivato, rapidamente soldi e roba cambiarono di mano: lui non controllò la busta e l’altro non contò i soldi, non c’era bisogno, era un rapporto commerciale e nonostante il genere, di fiducia.
Loro erano grossisti e lo conoscevano da prima della sua tossicodipendenza, lui dal suo canto guadagnava bene e vendendo una parte della roba riusciva a mantenersi il vizio: all’epoca la situazione a Cuneo era tranquilla ed i rischi pochi.
Carlo si affrettò verso casa, “è vero che il bello della dipendenza è la dipendenza” diceva parlottando da solo, “ adesso però sto male”, casa sua era poco lontano da Cuneo e in un quarto d’ora si ritrovò seduto in cucina a preparare l’eroina.
Aveva predisposto tutti gli arnesi del mestiere: cucchiaino, coltellino, acqua distillata, limone, accendino, cotone e ultima ma importantissima la siringa monouso: Carlo non voleva rischi inutili, l’epatite era sempre in agguato e da qualche tempo si vociferava di una nuova malattia che sembrava colpisse gli omosessuali e anche i tossici.
Il brown sugar è un tipo di eroina in pietre e non in polvere, Carlo sbriciolò con cura alcune pietrine servendosi del coltellino, mise la roba nel cucchiaino aggiunse l’acqua e il limone dopo di che cominciò a scaldare il composto.
Quando tutta l’eroina fu sciolta mise un minuscolo batuffolo di cotone nel cucchiaio ed attraverso quel filtro l’aspirò con la siringa: con calma fece uscire l’aria dalla siringa, poi si arrotolò la camicia, comparvero evidenti le vene senza bisogno di alcun laccio; a questo punto come sempre gli tornò in mente Fulvia ed il giorno in cui la ritrovò esanime a causa di una over dose.
“Forse questa volta ti raggiungo amore”, questo pensava tutte le volte prima di iniettarsi la dose: poi senza pensarci due volte conficcò l’ago nella vena, tirò indietro leggermente lo stantuffo e subito il sangue andò a mescolarsi con il liquido ambrato contenuto nella siringa, di colpo abbassò lo stantuffo e restò ad aspettare la vampa avvolgente a lui ben nota oppure l’oblio.
Anche questa volta non si ritrovò al cospetto di Fulvia, deluso tirò fuori dalla vena l’ago, gettò via la siringa e mise in una scatolina il filtro usato per aspirare l’eroina; questa era un’abitudine che qualsiasi tossico previdente aveva: in periodi di magra facendo bollire i filtri si riusciva a tirare fuori sufficiente roba da tamponare l’astinenza.
Carlo cominciò a suddividere la roba: confezionò le bustine che gli avrebbero permesso (una volta vendute) di ricomprarla e sistemò quella per il suo consumo nel solito vasetto di cristallo che teneva nella credenza insieme alle spezie da cucina.
Seduto sul divano ripensava a quando stava con Fulvia e con quanta testardaggine aveva provato a farla smettere, ricordava le liti con lei e con gli spacciatori (quegli stessi da cui ora si forniva), ora a distanza di pochi anni era anche lui precipitato nella stessa palude: era veramente una situazione ironica.
Era passato da strenuo avversario dell’eroina a suo adepto fedele, certo c’era un’attrazione macabra e una malcelata voglia di giungere finalmente alla fine, stette a riflettere ancora un po’ sugli avvenimenti passati e giunse alla conclusione che per adesso andava bene così, il tempo e la fortuna avrebbero deciso il suo destino.

Wednesday, January 10, 2007

PERSONAGGI: Nelson Mandela



«Non c'è nessuna facile strada per la libertà.»
(Nelson Mandela)


Nelson Rolihlahla Mandela, OM (Qunu, Transkei, 18 luglio 1918), primo Presidente del Sudafrica dopo la fine dell'apartheid. Fu a lungo uno dei leader del movimento anti-apartheid, e organizzò anche azioni di sabotaggio e guerriglia. Nel 1993 ricevette il Premio Nobel per la pace. Segregato e incarcerato per lunghi anni durante i Governi sudafricani pro-apartheid prima degli anni '90, è oggi universalmente considerato un eroico combattente per la libertà.
Il nome Madiba, titolo onorifico adottato dai membri anziani della sua famiglia, è divenuto in Sudafrica sinonimo di Nelson Mandela.

OSPITI: Molteni


NON SI PRENDE A CALCI UN UOMO DI 57 ANNI (non lo fare mai più che t’ammazzo)


Questo soggetto è un brutto servo scelto dal padrone (titolare dell’impresa)
uguale a tutti quelli della sua brutta razza (sono milioni)
cattivo e voce grossa con quelli appena sotto
sorrisi e denti gialli con quelli appena sopra
e io
nel lercio schema che trasporta in testa
sto proprio sopra a lui
guarda un po’
ah ah
sto sopra a lui
e quindi a me tocca lo spettacolo indecente della bocconata di denti zozzi
battute (oscene) e pure le pacche sulle spalle che parola mia m’arrivano con l’erpes
le evito in tutti i modi, dio m’è testimone
le scanso
gli lancio occhiate torve iniettate di sangue
gli blocco il braccio schifo
lo spingo via
gli urlo e sputo in faccia
E FERMO CO ‘STE MANI!
niente
s’impunta
peggio di un somaro piantato in salita che non sente né le bastonate
né i morsi nelle orecchie
tutto da capo
ogni volta ci riprova – s’è messo in testa di diventarmi amico st’animale -
ma la prima volta che l’ho visto, madonnina mia…
la prima volta la ricordo (dio m’è testimone, e anche la madonna)
la ricordo
in quel cantiere in cima al monte a meno sette gradi d’inverno
stava sopra a un tetto, paonazzo
piccolo e orrendo
come un diavolo smerdato scartato dall’inferno
ignobile e impestato
lui non solleva pesi - lui non fa sforzi - lui è il CAPO CANTIERE
urla ordini (che un’ora prima hanno urlato in faccia a lui)
e urlava a squarciagola a un poveraccio intirizzito alle sette del mattino di Febbraio
un rumeno
avrà avuto ventun anni
(lontano da tutto, perso in questa Americhetta inutile e imbecille)
perché ‘sto disgraziato doveva fare un buco nel muro
e s’era scordato a terra il TRAPANO CON LA PUNTA A TAZZA, pensa tu
era salito in cima al tetto (a rischio della vita - ovviamente)
ma non aveva capito bene l’ordine
(da 4 mesi in Italia, terra di poeti, di lingue antiche e musicali….
ma lui che se ne fa della lingua antica, con tutti ‘sti cazzo di dialetti
verbi e parole complicate)
e il TRAPANO CON LA PUNTA A TAZZA era rimasto a terra, pensa tu
come uno sputo in faccia a cristo sulla croce
come la colpa più enorme senza redenzione e senza rimedio
con questo bacherozzo lurido che badava a urlare a un centimetro dal naso del ragazzo
LA PUNTA A TAZZA, TESTA DI CAZZO, CHE T’HO DETTO? EH? CHE T’HO DETTO ?
T’HO DETTO LA PUNTA A TAZZA, RINCOGLIONITO !
……….ma io ke…non kapito…!
NON CAPITO…..UNA SEGA! VAFFANCULO TE E UNA PACCA DELLA ROMANIA!! CAPITE SOLO QUANDO CAZZO VI FA COMODO !
ADESSO RISCENDI E VAI A PIGLIARE STO CAZZO DI TRAPANO
CON LA PUNTA A TAZZA, DIO BESTIA, E CI VAI DI CORSA !!
CHE STAMATTINA TI BUTTO DI SOTTO DA STO TETTO, DIO BOIA!
TI CI BUTTO DI SOTTO, PAROLA MIA ! !
e ho visto da quella bocca quello scroscio immondo all’improvviso
come l’inferno che affiora in superficie
come la somma di tutti i crimini mondiali (non avevo preso ancora nemmeno il caffè)
un vomito eruttato dal centro buio della terra da tutti i demoni degli inferi
e in un secondo - in mattine come queste - crolla tutto nella polvere dei calcinacci
tra le macerie della carne volenterosa del pensiero e delle idee
di passione – ingegno – fantasia – impegno -
nella polvere
il gioco dei volumi e delle ombre e tutta la sociologia urbana e rurale
il magico formicolio delle tensioni
invisibili e potenti
che corrono precise senza sosta lungo le linee di forza
nelle vertebre delle strutture
dentro gli sbalzi nel vuoto, lungo le travi e i pilastri snelli
e tutti i materiali accostati e combinati nelle 3 dimensioni del quadro dello spazio
il poroton - l’acciaio - il cemento - la calce - il legno - gesso e cartone - lo zinco e l’alluminio
vernici all’acqua - tinte acriliche - a calce
che discutono oppure urlano sotto la luce
all’improvviso tutto spento
finito
Brunelleschi e il Buontalenti – Bernini – Borromini – Siza – Wright - Mies e Murcutt
finiti nella polvere in un istante, tutti lì,
tutto in un secondo
e non si recupera, non si recupera
quelle mattine finisce tutto e s’accumula il veleno
proprio dove cominciano cravatte assassine e valigette complici dopobarba da boia
brutti delinquenti
taglia gole
facce brutte (ma rasate) anime come la pece
voci come tagliole
contabilità truccate con varianti in corso d’opera triplicate
e poi truccate ancora per raddoppiarle un’altra volta (che si può fare, ma si che si può fare)
lavoro nero, compromessi come doglie come coliche renali
strette di mano unte e puzzolenti
sudore e umiliazioni
(e l’architettura?)
morti che non si sa perché dicono bianche senza senso
senza lacrime bigliettini col bordo nero e condoglianze
per risparmiare un ponteggio nuovo (25 Euro/mq) o un salva piede (1,30 Euro/m),
un cavo elettrico a norma (0,80 Euro/m)
un quadro elettrico a norma (282 Euro)
una puntazza in rame a norma per lo scarico a terra (18 Euro)
tanto per non precipitare giù tra chiodi e tavole
scaglie di mattone
col collo rotto
per non restare folgorati – attaccati – bruciacchiati come bestie a una barra che per mera distrazione
trasporta miliardi di elettroni
costa così la sicurezza,
la vita del ragazzo dalla Romania, un tot a metro quadro, o a metro lineare, neanche tanto
anzi poco
ma comunque tutto spreco che non serve,
solo spreco
che sti zozzi soldi
non sanno manco come spenderli, non sanno manco divertirsi
godono soltanto a vederne il mucchio come iene snaturate davanti al mucchio di carcasse

e che ci faccio io qui?
per forza me lo chiedo
mentre fisso immobile qualcosa d’impreciso e aspetto che tutto passi
ma non passa mai quelle mattine e s’accumula il veleno
come l’acqua nelle gobbe del cammello, s’accumula

e la mattina che conobbi quel insetto in cima a un tetto aggiunsi altro veleno
uno scroscio una cascata avvelenata
mentre dovevamo demolire
distruggere per sempre
un borgo millenario di pastori e legnaioli
il COMUNE con tutte le sue menti dirigenti lo abbatteva perché era abbandonato
per rifarlo molto bello, per i villeggianti
coi telecomandi le iacuzzi dentro ai cessi e le antenne sopra ai tetti.

Incarico accettato.
IO l’altro assassino, quello che ha firmato e timbrato, altroché
PROGETTISTA e DIRETTORE DEI LAVORI…
bello GROSSO sul cartello di cantiere :
MOLTENI – PROGETTISTA DELLE OPERE E DIRETTORE DEI LAVORI, bello
l’assassino a lettere maiuscole
morto di fame da cento anni senza scelta
inutile
sono io quello, che si sappia.

Però il capomastro sta a distanza, e ce lo tengo a tutta forza (almeno questo)
mentre sorride a me
copre di merda con le urla inferocite i carpentieri
e lo fa in contemporanea
se vedeste com’è bravo, mica tutti sono in grado
sorride e m’offre il caffè tutti i santi giorni non ne salta uno per dio
un caffè architetto? (32 denti gialli) e intanto
E TU MUOVITI PORCODDIO, T’HO DETTO MUOVITI CON QUEL FERRO !!
col caffè e il sorriso in mano…
….ma che caffè e caffè, diamoci una mossa
voglio andarmene da qui
voglia chiuderla al più presto
questa storia andata male
questa macchia nello stomaco questo aborto insanguinato
mentre fisso una barra ∅18 arrugginita penso a me ragazzo
architetto mezzo ubriaco che osserva il mondo con il vino per farselo piacere
e ne inventava ogni volta un altro nuovo in un’altra direzione per migliorare
qualche cosa in queste vostre vite di famiglia
in queste regole non mie – prese in mano e lavorate per voi soltanto
ero un ragazzo
di tutto quello c’è rimasto solo il vino

finché una mattina il CAPOMASTRO appena risalito di notte dall’inferno
ha dato un calcio in culo ad un uomo – gli ha dato un calcio nel culo
un operaio coi capelli bianchi più vecchio di vent’anni
moglie e tre figli a scuola
mutuo – libri utilitaria e bollette
che mi dice buongiorno e mi da sempre del lei – del voi a suo padre – mai una parola fuori posto un sorriso ogni mattina
non afferrai il motivo esatto
ma lo fece
gli appioppò un calcio in culo
davanti a me
davanti a tutti
e in quel preciso istante per il fatto troppo grosso
per la vergogna troppo enorme
si fermò tutto quanto
nei boschi e l’Appennino circostante
corsero a nascondersi E A OSSERVARCI INORRIDITI
scoiattoli e cinghiali le volpi, i tassi e i lupi
inorriditi dagli umani
e rimase tutto immobile per un tempo immenso
fino a quando l’uomo dai capelli bianchi alzò lo sguardo e mi guardò
e lo vidi a tavola in famiglia
la pagella di suo figlio e le lasagne calde dentro al piatto
aveva preso un calcio in culo lì davanti a tutti
non sapeva cosa fare mentre il lurido individuo urlava qualcos’altro d’indicibile e di orrendo
io e l’uomo che aveva preso il calcio ci guardammo
e decidemmo per quella mattina di ammazzarlo un’altra volta
la prossima

così montai sopra la cabina della ruspa
arrivata per distruggere
e gridai a dio e al conducente
AVANTI CON QUESTA BENNA, COMINCIAMO A DEMOLIRE !
mentre tutto il creato
nel massimo silenzio osservava noi
la somma sporca di tutti i nostri crimini.


PS – CAPOMASTRO, voglio dirti – lo devi sapere - che quel uomo ha tre figli, una moglie i capelli grigi e 57 anni. Ha la pancia e la schiena curva, ma gli hai visto mai le mani?
C’è sopra sei millimetri di cuoio, quello piega e ci fa un nodo a una barra ∅40 d’acciaio temperato. Solleva 4 sacche di cemento da 25Kg per volta, senza minimo sforzo.
Tiene in mano in pieno Agosto l’acciaio a 70°, d’inverno le barre ad aderenza migliorata ricoperte di ghiaccio e brina.
Lavora indifferentemente a 45° sopra un tetto d’estate dopo pranzo (due piccioni e 350g di tagliatelle al sugo) o a febbraio a -15° in cima a un monte coperto di neve gelata.
E sorride sempre, dice buongiorno a tutti.
CAPOMASTRO, hai colpito un componente dell’unica vera razza superiore, lo sai?
Ti strozza con una mano sola, mentre s’accende un MS. Ti stacca la testa con uno schiaffo solo, se volesse. Ma quel uomo superiore non ha colpito mai nessuno, un compagno di lavoro, un ubriaco dentro un bar, sua moglie o uno qualunque dei tre figli.
Il suo corpo e le sue mani sono mezzi di lavoro solamente.
CAPOMASTRO, non lo fare mai più, perché t’ammazzo io. E mi faccio senza battere ciglio trent’anni di galera (con le attenuanti generiche e la buona condotta dopo sei anni sono fuori. Torno lì, ammazzo tutta la tua famiglia e t’incendio la casa).


In fede, Architetto Marcello Molteni

Friday, December 15, 2006

2007 BUON ANNO




Si ricomincia, vorrei con questo nuovo anno inserire ogni tanto degli ospiti: pubblicherò scritti di vario genere che mi hanno colpito o che secondo me lasciano il segno oppure semplicemente perchè sono divertenti o mi son piaciuti. Chiaramente tutti gli autori saranno citati e se vorranno potranno intervenire nella zona commenti.

Friday, December 01, 2006

BUON NATALE - HAPPY CHRISTMAS






Tanti auguri a tutti quanti, di tutti i tipi: tradizionali, sacri e profani......

Random (esperimenti di scrittura)

La ruota del tempo


Effettivamente le parole di Giulia avevano riportato Carlo alla situazione da lui stesso vissuta durante l’adolescenza: i suoi genitori non andavano d’accordo e sovente litigavano.
Carlo non aveva mai capito bene di chi fosse la colpa, sapeva solo che il clima in casa a volte era pesantissimo, sua madre era molto gelosa e accusava il marito di tradirla con una conoscente, dal canto suo lui si protestava innocente e la tacciava di visionaria; dove fosse la verità Carlo non lo seppe mai e tutto sommato neanche gli interessava.
L’unica cosa che sapeva era che stava male, non sopportava il clima teso e le discussioni feroci a cui doveva assistere, anche quando le cose erano tranquille lui faceva attenzione a non creare problemi che avrebbero scatenato la tempesta.
Ricordava ancora con dispiacere la gita scolastica a Roma, a cui aveva rinunciato perché nei giorni in cui si doveva dare l’adesione in casa l’atmosfera era tesa e lui non aveva avuto il coraggio di chiedere nulla.
Sua madre era, secondo lui, la persona più triste che avesse mai conosciuto: da bambina si era sentita diagnosticare una malformazione cardiaca che l’avrebbe condiziona tutta la vita e che l’avrebbe poi portata alla morte ancora giovane.
Carlo ricordava bene la sera in cui tornando dalla Tanzania, dopo più di un anno di assenza, la prima notizia che ebbe all’aeroporto fu quella della morte di sua madre quello stesso pomeriggio all’età di cinquantatre anni.
Non aveva avuto una vita felice, dopo le scuole elementari aveva dovuto andare a lavorare: si era ritrovata in un laboratorio di sartoria gestito da due sorelle zitelle e avide, con la scusa che non sapeva far nulla e che le insegnavano un mestiere per i primi tre anni non le diedero neppure un centesimo.
Passarono gli anni e finalmente cominciò a guadagnare qualche soldo, poteva così aiutare la famiglia ed anche andare a ballare il sabato sera, fu durante uno di questi sabati che incontrò il papà di Carlo: era arrivato da poco in paese fresco di studi.
Tutti lo chiamavano ragioniere e lo trattavano con rispetto, era infatti il contabile della impresa edile più grande della provincia, era sempre ben vestito ed in ordine e per il fatto di essere di un’altra regione parlava sempre in italiano.
Non ci mise molto a far colpo sulle ragazze, soprattutto sulla giovane sartina e fu così che a soli diciotto anni lei si ritrovò incinta e costretta a sposarsi, non vi era altra possibilità per evitare lo scandalo.
Le cose non andarono male all’inizio ma con l’andare del tempo il rapporto tra i due coniugi si raffreddò molto, ad aggravare la cosa sopraggiunse una grave depressione che colpì la mamma di Carlo, depressione che degenerò in esaurimento nervoso.
Carlo ricordava con tristezza il volto buio ed in lacrime della madre, a volte sentiva una rabbia profonda verso i suoi genitori a causa della sofferenza che gli procuravano, subito dopo si vergognava di quel sentimento e cercava di star vicino alla madre.
Questa situazione andò avanti sino a quando Carlo fu chiamato ad assolvere i suoi doveri verso la patria, durante l’anno di servizio militare i suoi si separarono e lui decise che sarebbe andato a vivere da solo.
Un rapace che passò a volo radente sul lago strappò Carlo ai suoi ricordi, si accorse che il tempo era volato via, si alzò ed anche lui come già aveva fatto Giulia imboccò il sentiero che lo avrebbe riportato al campo.

Tuesday, November 28, 2006

Regali di natale: meno sprechi e più aiuto





Il natale si avvicina e purtroppo la macchina commerciale è gia partita. Certamente anche io farò parte di quelli che spenderanno per fare i regali alle persone amate: è giusto e non vi è nulla di male. Ricordiamoci però anche di chi ha poco (la maggioranza nel mondo) e approfittiamo del natale per iniziare a fare qualche cosa che non si riduca alla mera elemosina legata alle feste.....

Friday, November 17, 2006

Random (esperimenti di scrittura)


La valle del Teleki



Il vecchio fuoristrada avanzava senza problemi sulla pista sconnessa, anche se datato funzionava perfettamente; “Il vecchio Francis continua ad essere preciso come un orologio nelle manutenzioni” pensò Carlo.
Era partito presto quella mattina, un’abbondante colazione e poi via per la prima tappa del suo viaggio: il monte Kenya.
Aveva deciso di passare qualche giorno nelle foreste e sui fianchi della più alta montagna del paese, voleva camminare immerso nella natura e nella tranquillità per poter pensare meglio e riflettere sulla sua vita passata.
Aveva stilato un programma di massima: la montagna e dopo su fino al lago Turkana, voleva rivedere i luoghi della sua giovinezza e capire quanto e cosa era cambiato in quegli anni.
Aveva fatto tappa a Thika, una piccola cittadina poco distante da Nairobi, per comperare un po’ di banane e altri frutti, la zona era conosciuta principalmente a causa delle grandi piantagioni di ananas del famoso uomo che dice si.
Le file di ananas si estendevano a perdita d’occhio, si vedevano una miriade di persone intente a lavorare tra le piante: povera gente sottopagata e con pochi diritti che cercava di raggranellare un po’ di quattrini.
Anni prima una campagna di boicottaggio a livello internazionale contro la proprietà aveva prodotto qualche miglioramento nella qualità di vita dei lavoratori, ma dopo pochi anni tutto era tornato come prima.
Altra attrazione di Thika era la cascata dove venivano girati i film di Tarzan a metà del millenovecento, di tutta quella stagione era rimasto un ristorante con vista panoramica sulla cascata e qualche foto ingiallita delle stars americane.
Carlo aveva vissuto poco distante da li, in un villaggio chiamato Ndhitini, non voleva però passarci per cui proseguì deciso verso il monte Kenya.
Era finalmente arrivato a Naro Moru, punto di partenza per le ascensioni al monte.
Lasciò l’auto e dopo aver declinato l’offerta delle varie guide presenti si incamminò con passo deciso: era gia pomeriggio e voleva arrivare prima del buio alla Meteo Station dove avrebbe potuto pernottare in una delle casette a disposizione degli escursionisti.
Si incamminò lungo il sentiero che in circa tre ore lo avrebbe portato a destinazione, il sentiero si dipanava all’interno di una splendida foresta equatoriale di alberi d’alto fusto: canfori africani, macaranghe e altre essenze forestali venivano intrecciati da festoni di liane e altri rampicanti.
Si sentivano gli uccelli con i loro trilli e fischi e nel folto sottobosco si indovinavano i fruscii dei serpenti e delle loro vittime.
Carlo guardava affascinato lo splendido spettacolo che la natura gli offriva e si chiedeva fino a quando l’uomo avrebbe risparmiato quei posti.
Erano sempre più frequenti i gruppi di turisti che si prenotavano per le escursioni fino alla punta Lenana: per fortuna essendo praticamente impossibile il fai da te vi era un controllo abbastanza stretto da parte del governo e l’ambiente veniva rispettato.
Ad un tratto, subito dopo una svolta del sentiero, Carlo fu costretto ad immobilizzarsi: di fronte a lui si parava un enorme bufalo, un animale splendido le cui corna enormi ne rivelavano la piena maturità.
Quel che passò nella mente di Carlo però non fu solo ammirazione, ma una certa paura: il bufalo avrebbe potuto caricarlo e ferirlo seriamente se non peggio.
Cercò di ricordare i consigli di Francis riguardo gli incontri con gli animali selvaggi, stava ancora pensando quando sentì una voce che gli diceva:”rudi nyuma pole pole – torna indietro piano piano”.
Carlo retrocedette con cautela sempre guardando il bufalo, improvvisamente questi con uno scarto laterale si rituffo nella foresta e scomparve alla vista, si sentirono per un po’ i rumori fatti dal suo passaggio e poi calò nuovamente il silenzio.
“Asante sana – grazie molte” disse Carlo voltandosi per vedere colui che lo aveva aiutato: l’uomo che poteva avere una cinquantina d’anni portava l’uniforme dei ranger addetti al controllo ed alla protezione dell’ambiente e della fauna dei parchi.
Era indubbiamente di origine masai, lo rivelavano l’alta statura e il cranio dolicocefalo: queste erano le peculiarità che distinguevano le etnie nilotiche da quelle bantu, di solito questi ultimi erano più bassi di statura con il cranio più tondo e il naso camuso.
Da molti anni ormai alcuni degli antichi pastori e guerrieri masai avevano abbandonato la vita nomade per entrare a far parte del corpo dei ranger: questo gli permetteva di unire i vantaggi di una rendita fissa ad una buona dose di indipendenza e al contatto con la natura e il loro ambiente.
“Parli la nostra lingua, non è molto frequente incontrare uno mzungu – bianco – che la conosca. Io mi chiamo Pius Nzioka e visto che sto andando al meteo camp se vuoi possiamo proseguire assieme” così disse l’uomo rimettendo in spalla con fare indifferente il fucile che per precauzione aveva tenuto pronto.
“Ti ringrazio, sarò sicuramente più tranquillo e potremo scambiare due chiacchiere” rispose Carlo, dopo di che si incamminarono seguendo il sentiero nel folto della foresta.
Dopo un paio di ore erano arrivati a destinazione, durante la salita Carlo aveva domandato a Pius qualche informazione riguardo la situazione socio-econimica del paese, ricevendone in risposta un quadro preciso e disilluso.
Da quel che gli aveva raccontato Pius si era reso conto che la situazione in quegli anni non era poi cambiata di tanto: c’era stato un lieve peggioramento in quanto lo sperato sviluppo per mezzo delle grandi e piccole organizzazioni umanitarie non si era verificato, vuoi per un minore impegno sia economico e di personale sia per la disillusione della gente.
La maggior parte dei giovani preferivano tentar la fortuna nelle grandi città, dove poi finivano inesorabilmente ai margini, piuttosto che faticare nei campi o in incerte attività di artigianato e commercio nei loro villaggi.
Arrivati al campo avevano bevuto una birra assieme, dopo di che Pius si era congedato da Carlo dovendo proseguire verso il campo dei suoi colleghi.
Carlo aveva ottenuto una stanza e dopo una doccia per altro abbastanza fredda stava ora cenando con il pane e la frutta comperata a Thika, davanti a se aveva una cartina e stava controllando il percorso che l’indomani lo avrebbe portato al MacKinder’s camp a 4200 metri di altitudine, passando per la vertical bog (palude verticale) e la valle del Teleki.
Era l’alba e Carlo si apprestava a riprendere l’ascensione, l’aria era frizzante e il cielo limpido, aveva deciso di fermarsi al lago delle scritture e non raggiungere le cime.
Aveva bevuto un caffè in compagnia di un gruppo di turisti danesi e diviso con loro la frutta rimastagli, dopo di che gli aveva dato appuntamento al campo e li aveva lasciati partire: non voleva compagnia durante la salita, aveva bisogno del respiro della natura per pensare.
Era soddisfatto della sua forma fisica, la camminata del giorno precedente non aveva lasciato tracce, in gioventù avrebbe potuto fare le due tappe in un colpo solo, adesso però non sentiva più quella fretta che lo costringeva sempre ad andare avanti e cercare qualche cosa di nuovo.
Carlo stava camminando da un paio d’ore, la vegetazione era cambiata: adesso macchie di bambù giganti si alternavano a lobelie, erica e seneci.
Il caldo cominciava a farsi sentire e tutto intorno sembrava che la vita animale fosse scomparsa o addormentata, su in alto si intravedevano le cime Baitan e Nelion e Carlo pensava che non era difficile credere che quella vista maestosa avesse indotto i primi abitanti del luogo a pensare che fosse la dimora di dio.
Ci vollero altre tre ore prima che arrivasse al MacKinder’s camp, aveva attraversato la valle del Teleki e la vertical bog una sorta di palude che aumentava o diminuiva di dimensioni a seconda della stagione, era un punto privilegiato per vedere la fauna della zona, in quanto ricco d’acqua.
Aveva deciso di riposarsi un po’ presso il rifugio e recarsi poi al lago delle scritture che si trovava nelle vicinanze, lo specchio d’acqua doveva il suo nome alle alghe poste sul fondo che parevano delle iscrizioni, “forse leggerò le risposte che cerco” si disse Carlo senza accorgersi che non era solo.
“Alla tua età hai ancora molte questioni da risolvere?”, Carlo si voltò stupito sia per non aver visto l’interlocutore sia per il fatto di sentirsi interpellare in italiano, lo stupore aumentò quando vide una giovane donna in pantaloni da trekking e canottiera che gli sorrideva, “evidentemente ti ho posto una domanda in più, visto che sei rimasto come un baccalà invece di rispondermi” rincarò la ragazza con un tono divertito.
“Ad ogni modo non sono un’apparizione, non sarai mica un prete? Sai io non sono la madonna e qui non siamo a Lourdes”, dicendo questo la ragazza si avvicinò a Carlo tendendogli la mano: “Piacere, mi chiamo Giulia e sono geologa, o meglio laureanda, sono qua per la mia tesi”.
Carlo guardò con ammirazione la ragazza: ben proporzionata e con tutte le curve al posto giusto, quello che colpiva di più era però il viso con due splendidi occhi celesti ed i corti capelli castani.
“Piacere mio, mi chiamo Carlo” rispose imbarazzato per averla osservata a lungo, “stai studiando qualche roccia in particolare?”, la ragazza si guardò attorno e disse “ no, la mia tesi riguarda la formazione della Rift valley e dei maggiori gruppi montuosi, per cui vorrei vedere anche il Kilimanjaro ed i monti Virunga. E tu dove stai andando?”.
“Nell’immediato al lago delle scritture, vuoi accompagnarmi? Così se vuoi mi spieghi meglio il tuo programma”, la ragazza ci pensò un momento: “Va bene, aspetta che prendo lo zaino e una borraccia, volevo andarci anche io”.
Camminarono per circa un’ora ed infine arrivarono sulla riva del lago, in effetti le file ordinate di alghe che coprivano il fondo davano l’impressione di essere iscrizioni su di una pergamena, i due cercarono un posto comodo per sedersi ed iniziarono a parlare, da prima con una certa riluttanza dovuta nel caso di Carlo all’intenzione e preoccupazione di non essere indiscreto e non passare per il solito “pappagallo” per di più attempato ; per Giulia era diverso, non si sentiva oggetto di un interesse con connotazioni sessuali, ma si sentiva un po’ in soggezione davanti a quel uomo gentile ma burbero, le pareva di essere all’università davanti al professore.
Pian piano però il clima si rilassò e ambedue si accorsero di parlare con piacere e di raccontare anche più di quanto volevano: Carlo raccontò un po’ di se e dei suoi progetti africani, per contro Giulia gli raccontò delle sue difficoltà dovendo studiare e lavorare nello stesso tempo in quanto veniva da una situazione famigliare disagiata.
I suoi si erano separati al tempo della sua adolescenza e l’avevano usata come arma nelle loro ripicche, per cui non appena maggiorenne aveva deciso di andare a vivere per conto suo, aveva iniziato così a lavorare in una birreria e contemporaneamente si era iscritta all’università.
“Vedi, praticamente ti ho raccontato quasi tutta la mia vita, ti ho annoiato?”, la ragazza sorrise al vecchio dicendo queste parole, “no” disse lui: “per certi versi mi è sembrato di rivivere la mia situazione, ma adesso non voglio annoiarti con i miei ricordi”, la ragazza scosse il capo : “non mi annoieresti, però vedo che vuoi restare solo. Ci vediamo più tardi al campo.”, così dicendo si alzò e dopo averlo salutato imboccò il sentiero che l’avrebbe riportata indietro.

Monday, November 13, 2006

Viaggi: Istanbul



Costantinopoli, Istanbul: diversi nomi un solo denominatore, nesso tra europa ed asia, tra occidente e oriente











Città meravigliosa, sorprendentemente pulita, gente cordiale ed educata. da non dimenticare gli splendidi dolci.....

Tuesday, November 07, 2006

test autunnali


Siamo in novembre e come tutti gli anni le squadre dell'emisfero sud vengono a sfidare i rivali europei.


Negli ultimi incontri, quelli disputati in giugno nell'emisfero sud, si sono viste belle partite e grandi giocatori: siamo nell'anno che precede il mondiale e questi sono gli ultimi test in preparazione della battaglia......

Thursday, October 05, 2006

Random (esperimenti di scrittura)


Amici e passioni


Il sedile di pietra era fresco, ed i ragazzi ci si sedevano volentieri durante le serate estive : era una consuetudine trovarsi dopo cena a scambiare quattro chiacchiere prima di decidere cosa fare .
A volte restavano per ore a parlare non accorgendosi del tempo che passava, quando poi guardavano l’orologio si rendevano conto che anche quella notte avrebbero dormito tre o quattro ore prima che la sveglia tiranna li spedisse al lavoro.
Il sedile di pietra avrebbe potuto raccontare i sogni, le speranze e le disillusioni che aveva avuto modo di udire nel corso degli anni, oppure delle lacrime amare che i ragazzi avevano pianto quando la chiesetta, di cui le pietre facevano parte, era servita per vegliare Ugo così prematuramente morto in terra di Francia a causa di un incidente stradale, il gruppo di amici era rimasto come inebetito , la notizia li aveva colpiti come un maglio.
Alcuni come Carlo e Michel si erano dati da fare per rintracciare quelli di loro che a causa delle ferie non erano in paese, altri si erano dati da fare per sostenere la famiglia di Ugo, altri ancora per ottenere che al suo arrivo egli avrebbe potuto passare l’ultima notte assieme agli amici nella piccola chiesa.
Carlo era rimasto profondamente scosso da quanto era successo a Ugo, non era la prima volta che perdeva una persona cara: gli bruciava ancora dentro la tragica morte di Fulvia giunta però come conclusione di una vita al limite.
Pensava alla vitalità dell’amico ed alla sua allegria e se li comparava all’apatia e tristezza di Fulvia l’unica conclusione a cui riusciva a pensare era che per lei la morte era stata una liberazione mentre per Ugo un furto.
Pensava a quante cose avrebbe potuto realizzare l’amico scomparso, a quanti sogni avrebbe potuto dar vita e pensando a questo decise e si promise di non voler sprecare i giorni che aveva a disposizione, non aveva chiaro quello che avrebbe voluto fare ma era sicuro di voler cambiare la sua vita.
Quella sera andò all’allenamento e correndo assieme a Vitto suo grande amico e compagno in terza linea gli confidò i suoi pensieri:”Sai Vitto sono stanco delle solite cose, la morte di Ugo mi ha fatto capire che il tempo a nostra disposizione può finire troppo in fretta, per cui voglio fare altro ed ho già in mente qualche cosa “, l’amico lo guardò sorpreso e gli rispose: “ Cosa vorresti fare? Non penserai mica di lasciare il rugby e la nostra squadra: sei l’allenatore, il capitano ed escluso me il miglior giocatore!”.
Carlo guardò con affetto l’amico e sorridendo gli disse:” Per quest’anno sicuramente no, però credo che per il prossimo campionato io non sarò più qui, e devo dire che l’unica cosa che mi dispiace lasciare è proprio il rugby e la squadra!”
Il rugby era la grande passione della sua vita, si era innamorato presto di quella strana palla con le punte : l’aveva vista per la prima volta esposta in uno dei due negozi di articoli sportivi del suo paese, quattro spicchi di un bel cuoio dorato.
Si era chiesto il perché di quella forma e come si giocava, e poi che nome avesse lo sport in cui la si usava: entrato nel negozio aveva avuto le sue risposte anche se incomplete, “è il rugby, una cosa degli inglesi, si buttano in terra e devono portare la palla con le mani passandola indietro” gli disse il signor Ettore proprietario del nego-
zio, a otto anni Carlo non aveva un’idea precisa di chi fossero gli inglesi ma pensò che dovevano essere dei tipi strani.
Aveva pensato di farsela regalare per il suo compleanno, arrivato però al momento della scelta del regalo optò per un paio di romanzi(era un lettore appassionato), non aveva trovato nessuno a cui interessasse la palla bislunga e tanto meno gli inglesi.
La curiosità gli era però rimasta incollata addosso, come un francobollo ad una lettera, aveva poi avuto modo di vedere alla televisione alcune partite del torneo delle cinque nazioni ed anche una dei mitici Barbarians contro la nazionale della Nuova Zelanda: gli All Blacks.
Dopo diverse peripezie e tentativi riuscì finalmente a metter piede su un campo da rugby, non riuscì più a star senza quello sport: la sensazione di forza, amicizia e rispetto lo coinvolsero a fondo.
Tutto gli piaceva, la fatica degli allenamenti, l’uso della forza e soprattutto l’applicazione dell’intelligenza alla forza pura lo entusiasmavano; era come giocare agli scacchi con il vantaggio che si faceva all’aperto ed in tanti.
Pensò agli anni passati giocando su campi gelati o duri come il marmo, alle vittorie ed alle sconfitte, gli passarono davanti agli occhi i compagni di squadra con cui aveva passato tante ore in campo e quasi altrettante davanti ad una birra.
Ora molti di questi non li vedeva più da anni, con altri si sentiva saltuariamente o li incontrava a qualche partita della nazionale: era così strano il passaggio da una frequentazione quasi quotidiana all’oblio attuale.
I suoi ricordi andarono poi agli anni spesi ad allenare i suoi figli ed a quanto si era sentito orgoglioso di loro quando li vedeva fare qualche bella giocata, ricordava bene i placcaggi del più grande e la velocità sgusciante del secondo.
Carlo si accorse che i suoi pensieri cominciavano a spostarsi verso eventi più vicini nel tempo e decise che era meglio alzarsi per preparare il suo viaggio reale attraverso l’Africa che conosceva, rimandando il viaggio attraverso i ricordi ad un altro momento.
Si alzò e sentì nell’aria il profumo del pane fresco e delle uova fritte con il bacon, pensò che nonostante gli anni Francis non aveva perso il suo formidabile appetito e d’altra parte nemmeno lui.

Monday, October 02, 2006

Viaggi: Lubecca






Centro importantissimo della lega anseatica e città natale di Thomas Mann conserva intatto tutto il suo fascino, da non perdere il marzapane..

Friday, September 22, 2006

Random (esperimenti di scrittura)


Nairobi


Era finalmente tornato in Kenya, dopo ben sei anni di assenza ora ammirava il tramonto e le ombre che si allungavano sulle colline dello Ngong seduto comodamente sulla veranda di casa sua, accanto a lui sedeva Francis il guardiano della casa: era molto di più di un guardiano, per Carlo rappresentava un amico e una sicurezza a Nairobi. Stavano discorrendo di quei sei anni di assenza e Francis chiese:" L'ultima volta sei venuto con il tuo amico JeanPierre, come sta?" "Bene - rispose Carlo - sai che lui gira spesso in Francia e non lavora più, lo sento spesso e un po di volte l'anno ci vediamo." Carlo pensò all'amico che forse l'avrebbe raggiunto, dopo un po chiese:" Come stanno i tuoi figli Francis? ""Bene mandano avanti la farm e Mwepesi continua a correre la maratona." Mwepesi era stato la fortuna della famiglia: gran corridore si era messo in luce giovanissimo sulle distanze dei 5.000 e 10.000 metri vincendo un po ovunque,era passato poi alla maratona e aveva così rimpinguato le sostanze di famiglia, con i soldi vinti aveva acquistato terre e bestiame che i suoi fratelli curavano e gestivano.
Nella mente di Carlo si affollavano i primi giorni del suo arrivo in Kenya, l'ambiente non era molto diverso da quello della Tanzania, la gente si: gli era parsa subito più smaliziata e pronta a cogliere e sfruttare in modo molto disincantato tutti questi presunti benefattori.
Ricordava ancora di quando giunto all'aeroporto non aveva trovato nessuno ad aspettarlo: l'aveva presa in modo molto africano senza scomporsi troppo si era recato in centro e dopo essersi sistemato in un ostello di suore si era messo ad aspettare che qualche persona venisse a cercarlo.
Alla fine giunse alla missione dove avrebbe lavorato e li conobbe Francis: muratore,falegname,carpentiere,pittore,fabbro e ogni altro lavoro ci fosse da fare.
L'aveva colpito subito l'intelligenza dell'uomo e la capacità di vedere le cose e individuare le soluzioni solo immaginandosele, avevano cominciato a collaborare e poco a poco erano diventati amici, a Carlo piaceva molto fermarsi a discutere con l'amico davanti ad una tazza di thè e più raramente di una birra.
Non era stato facile lavorare alla missione: rapportarsi con i due preti e fargli capire che lui non era un loro dipendente ma aveva una sua autonomia aveva creato parecchia tensione ed alla fine portò alla rottura dei rapporti tra di loro.
Carlo tornò al presente e disse:" Ho voglia di fare un giro sia nell'ukambani che in Tanzania e poi voglio definire una questione qui riguardo alla casa." Francis lo osservò e disse" Per il viaggio non c'è problema la Toyota è a tua disposizione, puoi prenderla per tutto il tempo che ti occorrerà e per quanto riguarda la casa non hai che da dire." L'antico tuttofare versò per tutti e due una generosa dose di "antimalarico", così chiamavano il brandy che Carlo non mancava mai di mandargli, poi rimase in attesa della replica dell'amico.
“Va bene, ti ringrazio - disse Carlo – vorrei cominciare andando su fino al Turkana e poi dopo qualche altro giro tornare qui e organizzare il viaggio in Tanzania, nel frattempo dovrebbe arrivare Jean Pierre e tu dovresti accoglierlo.”
“Non ci sono problemi – replicò Francis – vado ad aspettarlo all’aeroporto come l’ultima volta?” e così dicendo sorrise ; a Carlo venne in mente che Francis si era presentato in compagnia di tre splendide ragazze Masai.
“Non credo sia necessario Francis, ormai le ragazze non sono più in cima alla lista delle sue preferenze, credo anzi che cominci a non sopportarle più del tutto.”
Nel frattempo Felicita la vecchia cuoca aveva apparecchiato la tavola e il profumo del riso “pilau” andava diffondendosi sotto la veranda raggiungendo i due uomini assorti nei loro discorsi, non appena si accorsero che era pronto si diressero con entusiasmo verso la tavola :”Erano anni che non mangiavo il pilau – disse Carlo – e se ricordo bene quello che fa la Felicita è stupendo” “Verissimo – rispose Francis – credo sia la cosa che fa meglio, anche se quando era più giovane la preferivo per altre specialità…” la Felicita sorrise e lo minacciò scherzosamente con l’acuminato coltello che usava per tagliare a pezzetti la carne di capra arrostita.
Mangiando discussero ancora del viaggio di Carlo e anche dei progetti che lo stesso aveva sulla casa, dopo cena decisero di andare in centro a fare due passi: Carlo voleva vedere cosa era cambiato o piuttosto se qualche cosa era cambiato in quegli anni di assenza. Passeggiarono a lungo per il centro e Carlo notò che erano aumentati terribilmente i bambini di strada e anche l’età delle ragazze che cercavano un uomo sedute ai tavolini dei bar era scesa molto, vide alcuni bianchi abbracciati con ragazze che potevano essere le loro nipoti e se ne vergognò.
“Non è giusto – disse a Francis – che questi bimbi e queste ragazze vengano derubati così presto dei loro sogni e delle loro speranze, conoscono troppo presto il marcio del mondo e delle persone”.
Quella notte dormì male e si svegliò parecchie volte: si trovò a pensare ai tempi della sua adolescenza e giovinezza ed alle esperienze legate a quel periodo.


Thursday, September 21, 2006

Volontariato internazionale



La mia esperienza come volontario è stata una delle cose più belle e formative della mia vita, credo che farebbe bene a molti. Poter vivere a contatto con culture differenti e accorgersi che non tutto si può avere (neppure con i soldi) e dover confrontarsi con difficoltà a noi sconosciute dà la possibilità di aprire la mente.....

Monday, September 11, 2006

Viaggi: Cuba






Un lungo viaggio attraverso Cuba, partendo da Santiago e arrivando a L'Habana, seguendo il percorso fatto dal Che con una deviazione a Baracoa prima capitale dell'isola e vero paradiso naturalistico. Un viaggio per vedere Cuba con Fidel presente, per poter capire cosa cambierà quando lui non ci sarà più............ Un'isola colma di paradossi e contraddizioni, gente a volte cordiale e spesso arrogante!